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Quasi ogni giorno, nel leggere i giornali, si apprende la macabra notizia della tragica fine di un rapporto chiamato con troppa superficialità “relazione d’amore”. Sembra che sia in atto una strage senza limiti, causata, il più delle volte, dalla fine di una relazione tossica di possesso dell’uno sull’altro. Per questo motivo, desideriamo proporre ai nostri lettori una lettera che don Emilio Grasso scrisse diversi anni fa a una ragazza che soffriva per la fine del suo fidanzamento. Le sue parole indicano un cammino da percorrere a coloro che vivono tale dolorosa situazione.

 
 

Gentilissimo Don Emilio,

mi chiamo... desidererei tanto affidarLe un’intenzione di preghiera che mi sta particolarmente a cuore e cioè Le chiedo la cortesia di pregare per la riconciliazione tra me e il mio fidanzato..., poiché il nostro fidanzamento, che era un rapporto serio, importante e consolidato, è purtroppo entrato in crisi.

Grazie infinite se accetterà di unirsi alle mie preghiere per questa intenzione di riconciliazione e per “la guarigione” e la ripresa del nostro rapporto sentimentale, nel quale io credo ancora profondamente. ...

Confidando nella Sacra Famiglia e in Maria Santissima tutto è possibile, anche se la Fede, in certi momenti, sotto il peso di tante sofferenze e disperazione è davvero messa alla prova e non nego che ogni tanto vacilla... anche adesso sto scrivendo tra le lacrime... non c’è altro che disperazione nella mia vita... perché la nostra Madre Celeste non ha pietà e compassione del mio dolore, che Le offro ogni volta che faccio la comunione, in unione coi dolori di Cristo Suo figlio?...

Sono così giovane e nella mia vita ci sono solo tristezza e lacrime!...

 
 

Gentilissima Sig.na,

la sua lettera carica di sofferenza mi ha colpito. Mi è sembrato strano questo suo dirigersi a me, poiché non ci conosciamo. Ma lei pone un problema di profondo che può toccare anche altre persone e questo mi chiama a darle una risposta pubblica, anche se mantengo il suo più stretto anonimato.

Può senz’altro contare sulla mia preghiera e sulla mia partecipazione al suo dolore. Il dolore di qualsiasi uomo, la sua sofferenza, quando ci raggiungono e ne veniamo a conoscenza, devono sempre diventare anche nostro dolore e sofferenza, secondo quanto ci ha insegnato il Concilio Vaticano II:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes, 1).

Per questo, non far proprie le tristezze e le angosce di chi a noi si rivolge in una qualche maniera vuol dire metterci fuori dei discepoli del Signore, della Sua carità e ridurci “come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1Cor 13, 1).

Con questa premessa vengo al suo problema. Per ragioni di tempo (l’impegno nella parrocchia ove mi trovo è grande e non mi lascia il tempo che vorrei...) dovrò essere breve e schematico.

  1. La preghiera che per noi cristiani è norma di ogni altra preghiera è quella che il Signore ha insegnato ai suoi discepoli. Nel Padre Nostro tutto è sottomesso all’affermazione che ne costituisce il nucleo centrale: “Sia fatta la tua volontà così in terra come in cielo”. 
    La Sua volontà, e non la nostra, è sicuramente il bene maggiore per noi.

  2. Poco prima di insegnarci il Padre Nostro, nel Vangelo di san Matteo sono premesse queste parole: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6, 7-8). 
    E il profeta Isaia ci dice in nome di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55, 8).

  3. Pertanto in questo avvenimento quello che conta è cercare la volontà del Signore, il suo disegno, il suo progetto, nella certezza che l’attuarsi di questa volontà è la nostra unica salvezza ed il realizzarsi della nostra felicità. 
    Mi permetta che le riporti un passo di san Paolo che può leggere attentamente e applicare al suo caso, ponendosi la domanda, e lasciando al Signore la risposta, su cosa sia meglio che avvenga per lei.
    Scrive san Paolo: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere” (Fil 1, 21).
    Ho scritto ciò per concludere che la preghiera, la vera preghiera, è solo cercare la volontà del Signore e chiedere la forza per compierla. Non è l’attuarsi del nostro progetto, ma il cercare di scoprire il Suo e metterlo in pratica.

  4. A questo vorrei aggiungere un’altra cosa che è fondamentale. Si tratta del discorso del cuore. Dice il salmista che l’intimo dell’uomo e il suo cuore sono un abisso! (cfr. Sal 64, 7). E nel libro dei Proverbi possiamo leggere che “i cieli per la loro altezza, la terra per la sua profondità e il cuore dei re sono inesplorabili” (Pr 25,3). 
    Geremia c’insegna che “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce! Chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni” (Ger 17, 9-10).
  1. Le ho scritto questo per ricordarle che, biblicamente, è una pura illusione pensare di poter conoscere fino in fondo il cuore dell’uomo, quello dell’altro ed anche il nostro. 
    Tutta la storia del popolo d’Israele, ed anche quella evangelica e della Chiesa, ci parlano della fragilità del cuore dell’uomo, della possibilità della rottura dell’alleanza, del cambio delle decisioni prese, della possibilità del suo indurimento, ma anche della sua conversione e del suo ritorno alle origini.
    Una cosa è certa: nulla può essere dato per definitivo e l’uomo, fino al suo ultimissimo istante, rimane un essere libero che può cambiare le decisioni prese, ritornare su di esse, riprendersi la libertà donata, anche in un patto che per noi cristiani è sacramentale e definitivo.
    Ma questo non è di certo il suo caso, dove si parla solo d’un fidanzamento che è ben altra cosa d’un vincolo definitivo e d’una promessa di fedeltà fino alla morte.
 
 

Per concludere: lei può lavorare sul suo cuore e Dio ha consegnato a lei la custodia dello stesso. Ma lei – e neanche Dio – non ha potere alcuno sul cuore dell’altro. Siamo stati creati liberi e dobbiamo vivere questa libertà. D’altro canto a che serve vivere a tutti i costi con una persona che non vuol stare più con noi? Laddove non v’è libertà, ma solo imposizione, la vita a due diventa un carcere.

Anche se io credo fermamente al valore della fedeltà alla parola data fino alla morte, mi ritrovo anche nelle parole d’una canzone di Domenico Modugno, L’Anniversario, laddove l’indimenticabile cantante italiano, se ben interpretato, non nega il valore d’un contratto, che per noi cristiani assurge a sacramento (ma questo non è assolutamente il suo caso, parlando lei solo d’un fidanzamento), ma ricorda che non si vive solo perché nel passato si firmò una carta e si disse una parola, ma che questa parola d’amore, questo sì deve essere ieri come oggi, e fino alla fine, un sì totalmente libero e rinnovato.

Allora e solo allora anche il matrimonio, come il sacerdozio o la vita religiosa per altro senso, non diventano quello che comunemente si chiama la “tomba dell’amore”, ma il sorgere e il vivere ogni giorno sempre più la bellezza di quella Bellezza che, come confessa sant’Agostino, è “sempre antica e sempre nuova”.

Se non viviamo questa fedeltà nella libertà e questa libertà nella fedeltà, rinascendo ogni giorno sempre più a vita nuova, allora tutto diventa stanco e asfissiante e ci si trascina nostalgicamente sulla terra come cadaveri che camminano, trasformando le nostre case, ed anche le nostre chiese – come scriveva Nietzsche – in tombe di Dio, in tombe dell’amore.

Mi permetta che le trascriva, pur leggendole in un contesto cristiano e sacramentale, le belle parole della canzone di Fiastri-Modugno, L’Anniversario:

“Il nostro anniversario non è sul calendario
perché di matrimonio non si parla tra noi due.
Diverso è il tuo cognome, ma uguale abbiamo il nome,
noi ci chiamiamo amore tutti e due.

Amore senza data, senza carta bollata
ti sposo ogni mattina e tu rispondi sempre sì.
Il nostro anniversario è tutto il calendario,
pieno di feste senza lunedì.

Al nostro matrimonio milioni d’invitati
e come testimoni tutti gli altri innamorati.
Noi non giuriamo niente perché non c’è bisogno,
con un contratto non si lega un sogno.

Come ti sono grato di questa libertà,
la libertà di amarti senza essere obbligato.
Mia rosa senza spine,
mia gioia senza fine,

compagna, amante, amica, donna mia”.

Non bisogna, perciò, vivere nel passato, nel ricordo nostalgico d’un tempo che fu e che ora ci appare bello solo perché lontano.

Scrive sant’Agostino che “il passato che noi custodiamo era un bel tempo, tale ci appare solo perché è passato e, pertanto, non è più il nostro tempo”.

E Martin Lutero, nei suoi Discorsi a tavola, così si esprimeva: “Il cuore dell’uomo è come il mercurio, oggi qua, domani chissà dove; oggi così, domani di un’altra opinione”.

Non la mia povera preghiera, che di certo non la dimenticherà, ma neanche Dio stesso potrà riportare la persona amata laddove lei vuole.

Ricordi quel bellissimo passo del Cantico dei Cantici, laddove è scritto che “le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo” (Ct 8, 7).

L’amore dell’altro non dipende da noi. La bellezza dell’amore è che esso è sempre un incontro libero di due libertà nella Libertà di Dio.

È per questo che la preghiera, la vera preghiera, ci fa scoprire la volontà di Dio e ci dà la forza di compierla. E questa, solo questa Volontà, sarà la nostra unica e vera gioia.

In fondo, e non lo dico per consolarla a buon prezzo, quello che oggi è in crisi è solo un fidanzamento.

E cristianamente, lo ripeto, il fidanzamento non è di certo un vincolo sacramentale e definitivo.

Forse attendeva un altro tipo di risposta. Ma a me non piace ingannare e illudere nessuno con discorsi sdolcinati ed a buon mercato.

Una delle parole che più amo nel Vangelo è quella di san Giovanni, laddove è scritto che “la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).

Ho cercato di scriverle con amore e verità.

La terrò presente nella mia povera preghiera affinché lei incontri nella verità e nella libertà la gioia del vero amore.

Con sentimenti di stima e cordialità

Don Emilio Grasso

 
 
 

15/09/2026